I tentacoli di Google sulle nostre vite?

bigbrother.jpg Colto da un irrefrenabile raptus di shopping ossessivo-compulsivo e complice un recente successo personale, ho deciso di spendere qualche risparmio per l’acquisto di un nuovo giocattolo tecnologico.

Con il mercato dei dispositivi mobili mai come in questi ultimi mesi furiosamente attivo, la scelta è stata quantomai sofferta. Evitato per questioni di filosofia e onore l’iCoso, cassata la ormai abbandonata piattaforma Windows Mobile 6.x, esclusi causa acquisizioni pericolose Palm e WebOs, la scelta è giocoforza ricaduta sull’ultima creatura di Google e della Open Handset Alliance: Android.

Risolta la questione OS, c’era da restringere il campo dei terminali, che nel caso di Android hanno ormai cominciato a fioccare come funghi. Escluso IL terminale Android per eccellenza (Nexus One) causa prezzo proibitivo e cronica irreperibilità sul nostrano territorio, la scelta è ricaduta sull’attuale top di gamma Motorola: il Milestone, declinazione europea dell’americano Droid.

Ho scelto un cellulare non recentissimo (fine 2009) per giovare del fattore svalutazione, con cui è ormai necessario convivere anche nel settore informatico. Nonostante ciò, il terminale è assolutamente adeguato alle mie modeste esigenze e dotato di caratteristiche di tutto rispetto, nonostante la veneranda età di sette mesi: GPS, HSDPA, flash a led, inutile fotocamera dagli inutili 5.0 MP con autofocus, schermo a mega-über risoluzione capacitivo fighissimo, accelerometro, sensore di prossimità, processore supercalifragilistichespiralidoso etc.

Android è effettivamente anche meglio di quanto me l’aspettassi: la versione 2.1 che il Milestone monta è l’ultima ufficialmente rilasciata, e vanta un’ottima stabilità, una fluidità operativa assai buona e un comparto di applicazioni scaricabili dal market (l’analogo del Apple App Store) veramente sconfinato.

Abituato ad un residuato bellico senza 3G ricevuto in eredità dalla zia, ero ignaro della prima in**lata atomica che avrei ricevuto a breve:

“wow, figo, c’ho il browser super-avanzato! Vediamo se senza settare gli apn mi va in rete…”

\me apre www.sitoacaso.it

“uhm, si apre, wow! Aspetta però, terminiamo il caricamento della pagina che è grande e pesa. Mi fa strano che navighi lo stesso senza apn. Vabbè, facciamo la Tim Smartphone, 2 euro a settimana ed è simile ad una flat. Nel frattempo vediamo se ho speso qualcosa per ’sti pochi dati”.

\me chiama 40916

“servizio tim prepagato. Buonasera! Hai un credito residuo di trentatrè euro…”

\me esegue una semplice ma illuminante operazione matematica: 40 euro di credito precedente – 33 attuali: 7 euro di credito scalato.

Per un istante mi son reso conto di essere diventato meno religioso rispetto a qualche anno fa…

Vabbè, ok, parentesi chiusa.

Ciò che mi ha reso maggiormente perplesso dell’intero sistema Android e che mi ha di fatto obbligato ad acquistare un pacchettino flat è la sua predilezione all’always-online. Android è un sistema operativo pesantemente legato al web, e altrimenti non potrebbe essere: non solo i tempi per internet in campo mobile sono maturi, ma internet stesso è ormai parte integrante della nostra vita, con i pro e i contro del caso, e un cellulare ce lo portiamo sempre appresso. Aggiungiamo il fatto che un gigante come Google abbia di fatto promosso e seguito l’intera gestazione dell’OS, e si ha la quadratura del cerchio.

Come domanderebbe Guzzanti “Cosa mi perplime, ordunque?“. Semplice: mi perplime che un gigante della gestione delle informazioni come Google, abitudinariamente visto come “il buono” nel panorama informatico, sia in grado di raccogliere una mole sconfinata di dati strettamente personali riguardanti gli utilizzatori dei suoi terminali. Abbiamo un oggetto ormai universalmente diffuso come un cellulare che, nel 2010, assolve a molteplici funzioni che vanno ben oltre quelle telefoniche:

il modulo gps, unito alla connettività always-on, di fatto lo rende un dispositivo di geolocalizzazione nelle mani di Google. Gmaps può fare da navigatore satellitare e scarica le mappe in realtime, pertanto Google sa esattamente dove siamo, dove vogliamo andare e che strade vogliamo percorrere.

L’integrazione con Facebook permette a chiunque di conoscere potenzialmente le nostre frequentazioni e di generare un network di contatti strettamente relazionati a noi.

Il sistema di campionamento vocale avviene in realtime, in quanto il campionamento è in locale sul cellulare, ma l’elaborazione del parlato avviene sui server Google per permettere il miglioramento costante dell’interpretazione (quindi sa pure che voce abbiamo).

Ok, il kernel che sta alla base è Linux e l’intero ecosistema è open source, dunque chiunque può sbirciare il codice e smascherare eventuali cospirazioni. Ed è ok anche che le connessioni da parte di Android alla rete, nella norma assai frequenti, possano essere efficacemente bloccate da apposite applicazioni liberamente scaricabili dal Market. Resta comunque evidente che l’appellativo di sistema operativo da “grande fratello” (orwelliano, non mediasettiano) non sia così fuoriluogo.

Con un simile scenario, è evidente la delicatezza sul piano della privacy, al momento forse più in potenza che in essere: i dati raccolti sembrano infatti avere come principale obiettivo la distribuzione di contenuti pubblicitari mirati, e lo si può vedere in alcune applicazioni gratuite che campano con dei mini-banner visibili in esecuzione. Ammetto che, la prima volta che ho notato questo particolare, ho provato un certo senso di disagio (era un banner Lufthansa).

Android è sicuramente un precursore, ma Apple seguirà a breve con il framework iAd, concettualmente identico. La mia perplessità è condivisa da altri, a quanto ho avuto modo di leggere. Android non ha fatto altro che rendere manifesto il trend ormai intrapreso dai produttori di dispositivi elettronici: le informazioni fanno gola e internet è ormai troppo pervasiva e fondamentale nelle nostre vite per passare inosservata agli sciacalli del marketing.

Sono forse eccessivamente suggestionabile? Sarei lieto di sentire la vostra opinione. Nel frattempo vi lascio con un’immagine che vale più di mille parole.

cavallotr.jpg

  • Giorgio Manenti

    Concordo con ciò che hai scritto, indubbiamente internet al giorno d’oggi è parte integrante della nostra vita, azioni che fino a pochi anni fa nemmeno pensavamo: ieri sera scrivevo mail dal mio cellulare mentre seguivo un concerto all’aperto, oggi passano del tutto inosservate, fanno parte della quotidianità. La certezza è che la mole di informazioni che scambiamo ogni giorno non scorre attraverso canali blindati, tutto cio che scriviamo o comunichiamo viene assimilato, immagazzinato da un sistema che ricorda cio che fai, ricorda le tue preferenze, non è raro che facebook ti proponga conoscenze o eventi attinenti a cio che piu ti interessa. Questo personalmente mi lascia molto perplesso, un sistema cerca di costruire amicizie al posto mio, un sistema mi propone locali, eventi. Tutto questo sembra piacevole, ti fa sentire in un certo senso particolare, ma c’è sempre un lato oscuro dietro la medaglia dorata che vediamo: un sistema che puo sapere ogni cosa di noi, un sistema che nel lungo periodo cerca di chiuderci in una cerchia di simili, a volte probabilmente riesce a modificare, a dettare linee di pensiero. Dove voglio arrivare? mi piacerebbe che più gente riflettesse su questo, che piu persone si comportassero da tali piuttosto che da terminali. Si prospettano tempi cupi, dove l’uomo sarà sempre piu simile ad ua macchina, non il contrario. Sinceramente non so cosa sia meglio.