Diario svedese – scritto n.66: viaggio nel profondo nord

L’autore in viaggio nel profondo nord a bordo dell’Arctic Circle Express. Magia e gelo ai confini della Svezia.

Villaggio di Abisko, Norbotten, Lapponia Svedese. 1300 km a nord di Stoccolma, 250 km a nord del circolo polare artico.
Un paese di poco più di ottanta anime, meta prediletta per ammirare l’aurora boreale.
Viaggio per anni posticipato, decido infine di partire e di farlo via treno notturno, nel rispetto dell’ambiente. Diciassette ore, cuccetta in compartimento da sei.
Sarà un avventura.

Al momento della partenza sono con Simona in stazione a caccia di informazioni: il giorno precedente il treno si è fermato a Boden Centralen, ben prima di Abisko, causa tempo estremo.
Con minime di -28 è difficile chiedere miracoli.
Il servizio di assistenza delle ferrovie svedesi è cortese e mi tranquillizza: il treno partirà.
Ci salutiamo e mi incammino per il binario 4, dove un vecchio locomotore elettrico ronza profondamente, alla testa di un convoglio di una decina di vagoni.

Scoccano le ore 18.11 ed il capotreno fischia, puntuale. Si va!
Trovo la mia cuccetta: non modernissima, una decina di anni almeno, ma è funzionale e pulita. Sei letti perpendicolari al senso di marcia, tre per lato. I due letti di mezzo si reclinano di novanta gradi, sono incernierati alla parete, fungendo in modalità diurna da schienali per i passeggeri.

Sono solo, preparo il mio letto con mosse da ginnasta arrampicandomi sulla scaletta di alluminio e infilandomi tra le imbracature anti caduta.
Arriva il controllore, mi saluta e mi da il benvenuto, confermando che avrò compagni di viaggio.
Dopo qualche stop faccio la loro conoscenza: una coppia di taiwanesi sulla quarantina, seguiti da quattro bambini vestiti con impermeabili gialli.
I figli si siedono sul letto uno a fianco dell’altro e mi osservano in silenzio, con curiosità. Fanno tenerezza e spavento allo stesso tempo. Poi, d’un tratto, il più grande tossisce, starnutisce e genera chili di muco che mai avrei pensato.
Comincia a gridare, probabilmente per il mal di gola. La certezza che non dormirò un minuto si materializza di fronte a me. Il senso di tenerezza svanisce come una nuvola di vapore soffiata dal vento.

Confusione: ho preparato il letto sbagliato, non badando al numero, e la famiglia taiwanese me lo fa capire in modo molto cordiale.
Mi scuso e inizio a trasferire il tutto e rifare il mio letto ma dicono che va bene così. Mi offro di stare sul letto più alto per rendere le operazioni più facili. Accettano di buon grado e la ragazza armeggia con il mio giaciglio preparando lenzuola e copriletto.
Con stupore chiedo se lo stia facendo per me. Lei annuisce e sorride. Ringrazio e guardo sorpreso il marito. Comprensibilmente compiaciuto, ride: “eh, è mia moglie! È fantastica”.
Ci corichiamo, il letto è spazioso e l’incedere del convoglio mi culla. Mi addormento dolcemente nel tepore della camera. Dura poco: inizia la notte infernale. Prevedibilmente, il figlio più grande piange ad intervalli regolari. I genitori, impotenti, tentano di sedarlo a colpi di ninne nanne e film sul tablet, senza successo.
Alle sei si svegliano gli altri e ogni speranza di riposo svanisce. In compenso è il mio compleanno, ricevo auguri e mi cantano “Happy Birthday”. Per le prossime due ore verrò chiamato “Uncle”, zio, senza sosta.
La figlia più piccola gioca a nascondino con me arrampicandosi sulla scala. Decide di passare il tempo scagliando animali antropomorfi di pelouche per l’intera cabina. Ricevo in volo un unicorno azzurro, accenno a farlo mio provocando l’immediata disapprovazione della piccola. Decido di desistere per la pace comune.

Ore 7.00 circa. Il controllore riappare e ci viene annunciato che il treno non procederà oltre Boden, esattamente come il giorno prima. Il treno si dirigerà invece a Luleå, dove cambieremo. Dovremo attendere il treno sostitutivo per due ore, raggiungendo in seguito Abisko con cinque ore di ritardo. Impreco: significa perdere il tour in motoslitta che ho prenotato mesi fa.

Giunti alla stazione di Luleå veniamo invitati ad attendere nella piccola stazione. Per ingannare il tempo decido di esplorare l’area circostante così da collaudare la tenuta invernale: tre strati di tessuto tecnico, pantaloni con calzamaglia aggiuntiva, guanti in goretex, passamontagna, cuffia e occhiali da sci. La tenuta funziona, soffro un po’ alle punte delle dita ma non è male.

Ore 11.00, si riparte con l’intercity per Narvik, Norvegia, che ferma ad Abisko. Il convoglio attraversa silenzioso le foreste dell’artico, candide e immobili. Scorgo delle alci intente a cercare cibo. Quello che sembra un falco volteggia severo sull’immensa taiga svedese, tinta di rosa dall’approssimarsi del tramonto.

Fiancheggiamo il leggendario centro abitato di Kiruna: una delle principali aree minerarie svedesi, ampiamente sfruttata per l’abbondanza di magnetite. Le attività di estrazione sono tanto vaste da aver richiesto l’avvio di un ambizioso progetto: il ricollocamento tre chilometri a est di parte del centro abitato a causa della subsidenza del terreno. Kiruna è inoltre nota per l’Esrange Space Center, una base di lancio di razzi e palloni sonda, nonché centro di ricerca spaziale. É a tutt’oggi possibile visitare il centro per osservare le operazioni.

Ore sedici. Giungiamo finalmente ad Abisko Turiststation. Il complesso consiste in un ostello e svariati altri edifici satelliti, costruiti nella riserva di Abisko e a fianco del lago Torneträsk, il secondo lago svedese per profondità.
La riserva è in una valle, in particolare famosa per essere il punto di partenza di uno dei più affascinanti percorsi a piedi di Svezia: Il Kungsleden – Il sentiero del re.
Lungo oltre 450 km, il cammino attraversa la taiga svedese dando la possibilità di ammirare paesaggi incontaminati, attraversando quattro parchi nazionali e costeggiando la cima più alta del Paese: il Kebnekaise.

Abisko. Stazione di Abisko. Attenzione, convoglio in transito sull’unico binario

Mi ambiento nell’ostello e consumo le ultime provviste: qualche biscotto e una banana, frutto curiosamente fuori posto a queste latitudini.
Come buona parte degli ostelli scandinavi è pulito, con camere essenziali ma comode e una cucina dotata di tutto il necessario. Il legno è usato a profusione e dona un aspetto rustico ad una struttura in realtà molto moderna. Approfitto della presenza di un rubinetto con acqua bollente per riempire il thermos, servirà per il tour che mi aspetta a breve.

Rubinetto con acqua calda

Torno in camera ed entro in assetto sub-artico: pantaloni da sci, sottopantaloni in tessuto sintetico. Maglietta termica, seconda maglietta termica, terza maglietta termica e felpa pelosa. Giacca con tessuto antivento e strato in piume. Due paia di calze in lana d’alpaca. Scarponi in goretex. Guanti e sottoguanti. Passamontagna, cuffia, e i fidati occhiali da sci. Tocco finale di magico unguento antifreddo islandese sulle labbra.
Deve bastare!

Lascio la stanza, la capacità di muovermi con agilità definitivamente compromessa dai numerosi strati. Una temperatura corporea che in un minuto ha raggiunto i 45 gradi. Il dubbio di aver esagerato mi attanaglia.
Lascio l’ostello e indugio ad apprezzare il silenzio della natura, nel frattempo constatando l’adeguatezza della tenuta antifreddo. Non posso non apprezzare un passeggino in assetto invernale:

Passeggino all-terrain con pattini

Mi reco alla reception dell’ostello, il tour inizia da qui: un furgoncino ci trasporta verso la sede di “Lights Over Lapland”. Veniamo accolti dallo staff che ci illustra il tour e fornisce il necessario equipaggiamento: la mia tenuta è sufficiente ma mi vengono forniti degli scarponi sostitutivi, più isolanti.
Veniamo invitati a salire su di una slitta da otto persone, autocostruita, e ci avviamo alla volta del campo base, trainati da una potente motoslitta.
L’emozione lascia spazio alla sorpresa quando, a dispetto di una partenza epica, alla prima curva ci impiantiamo in un mucchio di neve.
Scendiamo dal mezzo bloccato, ormai prossimo al ribaltamento, con il visibile imbarazzo della guida, che ride: “questa curva la sbaglio sempre”.
É il caso di dire che tra i passeggeri scende il gelo.
Sistemata la slitta, si riparte sfrecciando per la buia foresta di Abisko. Dopo una ventina di minuti raggiungiamo uno spiazzo con una yurta e ci viene fornito il necessario: ognuno di noi avrà una macchina fotografica reflex digitale con cavalletto, configurata per foto notturne. Dovremo solo provvedere una scheda di memoria e sperare di immortalare l’aurora!
La serata procede chiacchierando e scattando foto. Purtroppo il cielo è prevalentemente coperto e l’aurora è difficile da scorgere ad occhio nudo. Ma non per il sensibile obiettivo della macchina:

Chiacchierando con una coppia di San Marino, conosciuta sul posto, scopro che la settimana precedente il cielo era sereno e l’aurora intensissima.
Peccato, d’altronde è un fenomeno naturale. Fortunatamente la vedemmo in Islanda ma non avrei disdegnato di ripetere l’esperienza.

A fine serata ci riscaldiamo nella yurta: una stufa ad alta efficienza, alimentata a legna, dona tepore alle ossa. Ci vengono offerti caffè e kanelbullar e ci scambiamo storie.

Ripartiamo per casa a bordo della slitta, sfrecciando tra gli alberi. Come in un videogioco, evitare rami in faccia per venti minuti richiede discrete abilità.
Giunti al campo base saluto il gruppo, è ora di tornare all’ostello.
Una volta in camera rimuovo gli svariati strati, preparo il letto e dormo rilassato, abbracciato al termosifone. Ancora mi stupisco dell’efficienza termica degli edifici svedesi.

La mattina faccio colazione all’ostello: un abbondante buffet mi ritempra dalle fatiche del giorno precedente e prepara al tour della giornata, l’ultimo del mio viaggio.
La mattina è libera e decido di passeggiare. Faccio la conoscenza di altri italiani: sono qui per scalare e mostrano un genuino stupore all’idea che io abiti in Svezia da otto anni. Condivido lo stupore.

Riordino la camera, faccio il check-out e deposito lo zaino, incamminandomi alla volta del lago.
La prima tappa è il “canyon”, una vera e propria valle attraversata da un corso d’acqua semi-ghiacciato. Le scoscese pareti hanno il loro fascino ma la fredda stagione fa sì che non vi sia molta vita. Svariati cartelli descrivono una fauna locale al momento assente, presumibilmente in letargo o intenta a trascorrere il tempo in luoghi più caldi.

Ritorno sui miei passi e seguo le indicazioni per la “spiaggia”. Dopo un breve cammino di un chilometro raggiungo il lago Torneträsk: una lunga distesa dighiaccio, sferzata dal gelido vento dell’artico.
É il silenzio. Cammino sullo strato di cristallo, il frusciare dei miei scarponi e il soffio della brezza gli unici rumori che mi accompagnano. Osservo le montagne in lontananza e chiudo gli occhi. L’aria è gelida ma pura come in pochi altri luoghi in cui sono stato.

É tempo di rientrare all’ostello. Sulla via incontro un gruppo di ragazzi che mi chiedono di scattare loro una foto. Li accontento con gioia. Ricambiano prestandosi ad uno scatto di gruppo. A volte basta poco a creare un contatto. Ci salutiamo e proseguo il cammino.

Viaggiatori felici.

Giungono le 13.30 e vengo recuperato dal furgone del tour operator. Durante il viaggio faccio la conoscenza di una ragazza australiana, vede i miei occhiali e mi dice “buona idea, ho dimenticato i miei”.
Parliamo dei recenti incendi nel suo Paese e del fatto che buona parte degli animali che lo abitano si sia evoluta per sterminare gli umani.
Scherzo ammettendo di essere affascinato dall’Australia ma di avere un terrore atavico per i ragni, che lì abbondano. “Tranquillo, in città non ci sono! E comunque pochi sono letali”. Sarà…

Giungiamo finalmente al luogo di partenza del tour: viaggio in slitta trainata da cani. Dopo la consueta procedura di vestizione veniamo condotti dalla guida verso il canile: l’abbaiare degli animali è frastornante e si sente dalla distanza, sono pieni di energia e osservano tra la curiosità e la noia i loro futuri passeggeri. Saliamo a bordo, sono il primo in quanto più magro e leggero. Sotto sotto so che i cani ringraziano.
La guida li prepara accarezzandoli e controllando le imbracature, per poi portarsi al posto di guida. Con un colpo secco rilascia il freno, una sorta di artiglio a pedale che si infila nella neve. Un comando di una parola e i cani scattano con un’accelerazione brutale.
Sfrecciamo tra le conifere lungo un altro lago ghiacciato, per curve e salite di varia intensità.
La guida ci istruisce di inclinarci a destra o a sinistra in base ai tornanti, come sulle moto. Siamo tutti sorpresi dalla velocità e dalla forza di questi cani: in quattro coppie ci trascinano per qualche chilometro senza accennare a rallentare.

Dopo una mezz’ora facciamo pausa presso una Lavvu, tenda sami, dove viene acceso il consueto fuoco. Chiacchieriamo riscaldati da un caffè e dei bulle alla piastra. Parlo svedese con la guida, sembra stupita: Abisko è una meta sempre più turistica e il pubblico nazionale è ridotto.

Con una certa ansia noto che il tour si è protratto oltre le due ore prestabilite, complice la presenza di un team di fotografi lì per immortalarci a scopo promozionale.Il ritardo mi pone in una interessante situazione: il treno parte tra quaranta minuti e siamo ancora nella foresta. La guida mi tranquillizza.”No stress, ce la si fa”.
Partiamo alla volta del campo base e i cani corrono impetuosi per il tracciato, nulla li ferma. Raggiungiamo la destinazione ed è ora di salutarli. Li ringraziamo accarezzandoli. Alcuni apprezzano, altri sono schivi.
Venti minuti alla partenza e devo ritirare lo zaino all’ostello: la guida non è più così rilassata. “Facciamo il possibile. E comunque tranquillo, quel treno è sempre in ritardo”.
Svestizione rapida, cambio scarponi e via a velocità sostenuta con il furgone verso l’ostello. La strada è letteralmente ghiacciata ma la ragazza sembra conoscere il mezzo e le condizioni del manto, quindi arriviamo vivi.
Balzo dal furgone, ritiro il bagaglio e vengo trasportato alla stazione con uno scarto di tre minuti netti. Inutile dire che il treno è in perfetto orario.
Arrivederci Abisko!

A causa del clima estremo ci tocca nuovamente cambiare convoglio, quindi la prima tratta è su di un intercity senza sedili prenotati. Faccio la conoscenza di Pearl, infermiera filippina, abita a Dublino con il ragazzo. Mi racconta dei suoi viaggi per il mondo: ama viaggiare da sola per il senso di libertà che tale esperienza le dona. É in viaggio da un mese, prossime tappe Estonia e Lituania.
Parliamo senza sosta per tre ore fino al cambio di treno. Ci salutiamo scambiandoci i contatti, mi aspetta per un saluto nella capitale Irlandese.

Salito sul nuovo convoglio trovo la cabina e faccio la conoscenza dei compagni di viaggio: una coppia di portoghesi, una coppia di ragazze, una olandese e una americana, ed un ragazzo sempre americano. Chiacchieriamo del più e del meno e scopro che le due ragazze sono aspiranti scrittrici, puntano ad una carriera nel mondo della letteratura dark fantasy. Auguro loro una carriera di successo e mi addormento come un sasso.

Mi risveglio a Stoccolma, il treno è arrivato puntuale. Nella mente il ricordo della natura selvaggia, dell’aria pura e del freddo artico. Tornerò, un’estate, il Kungsleden mi aspetta!