Diario svedese – scritto n.39: agenzie di lavoro interinale

All’agenzia di lavoro interinale. Nuovo appuntamento con lo språkcafè.

Sono le 7.00, mi preparo per l’appuntamento della giornata: Peter, l’impiegato dell’agenzia di lavoro interinale conosciuto a Dicembre, ha fissato un appuntamento per valutare insieme posizioni di lavoro adatte al mio profilo.
Dopo una colazione frugale a base del consueto muesli, condito con yoghurt al mirtillo e accompagnato da un bicchiere di succo d’arancia, lascio l’appartamento e prendo la tbana.
Durante il viaggio verso Midsommarkransen, nella parte sud della capitale, osservo gli altri passeggeri. Complice il sonno, la situazione che ho di fronte è surreale: persone di ogni età e razza sono immerse nei loro pensieri, nel totale silenzio. Nonostante i vagoni siano pieni non vi è alcuno scambio di parole: c’è chi legge, chi ascolta musica in cuffia, chi osserva il nulla al di fuori dei finestrini. Lo sferragliare dei binari è l’unica colonna sonora del mio lento viaggio nelle viscere della città, interrotta di tanto in tanto dall’annuncio della fermata successiva.

Arrivato alla stazione mi incammino verso la sede dell’appuntamento. Giungo ad una zona industriale di periferia dopo aver attraversato un lugubre sottopassaggio, impietosamente vandalizzato con scritte e disegni. L’attività nell’area è concitata: vi sono muletti che scaricano bancali a pieno ritmo; un piccolo furgone verde spunta da una via d’accesso e svolta dietro l’angolo, mentre magazzinieri spostano pacchi e merci di ogni tipo. Proseguo lungo il marciapiede curandomi di non scivolare sulle pericolose lastre di ghiaccio formatesi dal parziale disgelo; un uomo asiatico mi osserva, intento a fumarsi una sigaretta.
Faccio il mio ingresso nell’edificio numero sei e salgo al primo piano. Suonato il campanello, vengo accolto da un tizio sulla cinquantina che mi accoglie con sguardo severo. “Salve, ho appuntamento con Peter”.
Il tizio si illumina e mi invita ad entrare stringendomi la mano. Mi viene offerto un caffè che accetto volentieri.
A dispetto del grigiore esterno, l’interno della struttura è una sorpresa: una ventina di eleganti scrivanie con relativi mobili in legno arreda un locale ampio e vivibile. La “reception” è ordinata, alcune poltrone allietano l’attesa degli ospiti e il portariviste offre un’ampia scelta di quotidiani.

Dopo circa venti minuti giunge Peter. Ha purtroppo tardato causa ingorgo stradale. Sorridente, si scusa invitandomi nel suo ufficio.
Parliamo del più e del meno, le domande sono molte e il suo interesse per le mie esperienze lavorative, per quanto quantitativamente commoventi, è notevole.
Scopro che ama l’Italia e cerco di spiegargli senza troppa speranza la zona in cui ho sempre vissuto. Sorprendentemente, Peter conosce la provincia di Brescia e mi mostra delle foto che ritraggono Iseo, paese che dà il nome all’omonimo lago vicino a casa mia. Un paese di cui ha un piacevole ricordo.
E’ tanto entusiasta da chiedermi cosa pensi di Stoccolma. Notando il mio apprezzamento per la capitale, si offre di farmi conoscere sua figlia e, mostrandomi la sua foto sul Macbook, me la propone come guida turistica. Cordialmente ringrazio e, per educazione, rispondo che “magari un giorno si può fare”.
In quattro mesi non uno straccio di lavoro, eppure i genitori si fiderebbero a lasciare andare a spasso con le loro figlie un italiano privo persino del personnummer. Questo Paese è bizzarro.

Tra una risata e una discussione nella piena serietà trascorriamo due piacevoli ore, con l’informalità tipica di una chiacchierata tra amici ritrovatisi dopo lungo tempo.
Si è fatto tardi, l’appuntamento con lo Språkcafè è vicino. Peter è così gentile da accompagnarmi a casa in auto scusandosi di avermi fatto fare tardi. Un gesto che apprezzo e che la dice lunga sulla natura degli svedesi.
Durante il viaggio chiacchieriamo dell’Italia discorrendo delle bellezze naturali, della storia, dei grandi del passato, per poi passare a Berlusconi. Una pregevole antitesi della quale mi è spontaneo cogliere la raffinatezza.

Il pomeriggio lo trascorro in biblioteca: in compagnia di Russel leggiamo vari testi e improvvisiamo qualche chiaccherata base. Comincio a cogliere le parole e la comprensione scritta mostra sensibili miglioramenti, ma la via verso la completa padronanza dell’idioma è impervia e tortuosa.
Con una ragazza cinese e Sabrina, la ragazza etiope, chiacchieriamo del curioso terrore che gli etiopi hanno per i cani. La scoperta mi stupisce e, per un attimo, ho l’impressione si stiano prendendo gioco di me.
Ci salutiamo con il canonico “Hej då”. Nell’uscire dall’edificio, osservo un trio di ragazzini che si ritrae in preda al terrore di fronte alla porta. Un istante dopo una donna esce con un piccolo cane al guinzaglio. Etiopi?

  • zita

    ciao nik, cominciamo ad intravedere un po di sereno…. mi auguro che riesca a farti questa benedetta esperienza lavorativa. in breve tempo, così da vederti ritornare .. nella madre patria con nuovi stimoli… ciao ed in bocca al lupo. zita

    • spidernik84

      Grazie, speriamo.
      Apprezzo l’invito ma finché non mi detronizzate il put*****re non torno :).

  • zita

    ma sono tutte cazzate costruite…. cosa vuoi che faccia, o è caduto nel mastello di viagra da piccolo , altrimenti…..
    Bando al gossip. Ti servono delle referenze, magari chiedo a Paolo se mi fa una relazione dei tuoi due anni trascorsi in Eusoft? che dici?. Ciao e a presto zita

    • spidernik84

      Eh, poverino, tutti con lui ce l’hanno!
      Dai, non facciamone un altro Craxi per carità, che dopo vent’anni ancora lo chiamano “esiliato” e non “latitante”! 🙂

      Grazie per l’interessamento, per una questione di correttezza è meglio lo senta io.
      Auguri di nuovo.

  • zita

    Grazie per gli auguri, per Craxi era esiliato, perchè gli antri erano e sono tutt’ora liberi di vivere nella loro patria e magari ancora con incarichi politici!!!!!

    • spidernik84

      Come si suol dire: accetto ma non condivido :). Saluti a tutta la famiglia.