Diario svedese – scritto n.11: il nuovo ostello

Nuovi compagni di camera. Serata a Stureplan. Nuovo inizio di giornata e trasferimento al terzo ostello.

Nono giorno a Stoccolma. E’ giunta in camerata una nuova coppia di turisti. Attaccano bottone, la signora mi sorride timidamente, il marito con maggiore trasporto. Sono tedeschi e le continue risate bonarie del signor Hans, leggermente rosso in viso, tradiscono le origini probabilmente bavaresi. Non sbaglio: è di Monaco.

Gentilmente mi offre del cioccolato al latte:
domando “is it german?”
– “Oh no no, ahahahah, swedish!”
– “is it good?”
– “Oh ja ja ja wunderbar aahahhahah”
Effettivamente è buono.

Lascio Hans e la sua dame per cenare con un’insalata preconfezionata: ogni giorno è possibile trovare nei supermercati diverse varietà di “spuntini”, dai tramezzini alle insalate farcite. Scelgo la varietà con uovo, mais, pomodoro, gamberetti e salsa rosa. Poco più di sessanta corone con l’aggiunta di una mela a fine pasto dovrebbero sostentarmi fino a domani.

E’ giunta la sera e mi ritrovo a Stureplan con gli altri amici italiani conosciuti qui. Passeggiamo per la zona più trendy e costosa della città: locali alla moda, discoteche famose, ristoranti per figli di papà e tanti negozi di marche note come Gucci, Giorgio Armani, etc.

Ci si beve una birra in compagnia, gentilmente offerta da Tommaso, e tutti a casa presto. Domattina dovrò preparare i bagagli per il nuovo ostello: è il Belman Hostel, l’unica struttura con posti disponibili in tutta la capitale. Le valutazioni sul sito hostelworld.com sono preoccupanti: 60/100, poco più della sufficienza con tante, tante lamentele.

L’indomani

E’ venerdì. Mi sveglio per l’ultima volta nel letto del 2kronor e scambio qualche parola con il nuovo arrivato: Friederik, svedese, ha una barba lunghissima che nasconde un viso da ventenne. Indossa un cappello a tesa lunga, una camicia bianca e dei pantaloni neri sostenuti da lunghe bretelle verdi e marroni. Viene da Malmö ed è qui per incontrare amici nella capitale.
Mi racconta di studiare psicologia e di essere appassionato di calcio e recitazione: si scusa per la vistosa balbuzie ma garantisce che il problema si manifesta solamente quando parla in inglese, e non quando recita. Sorrido con comprensione cercando di metterlo a suo agio, parlando di Fellini e Sergio Leone. Fallisco.
Saluto Friederik: sono le undici, è ora di lasciare la mia temporanea dimora per il temuto nuovo ostello.

Dopo vari cambi nella tunnelbana giungo per le 12.45 al 151 di Sankt Göransgatan. Ad accogliermi una porta a vetri, chiusa, e nessuno disponibile ad aprirmi. Arriva ad un tratto un ragazzo di colore con un orecchino ed una maglietta arancione che mi fa gentilmente entrare.
Mi accoglie, suggerendomi di prendere la prima stanza che trovo. Mi dà il benvenuto spiegandomi che è anche lui un ospite di questo posto “strano”: il padrone passa ad orari casuali e non sembra essere svedese.
Chiamo il padrone al telefono. Mi invita a prendere la stanza quattro e ad aspettarlo, arriverà in un paio d’ore.

Inserisco il codice di sicurezza della camera. Spingo la porta, il buio avvolge ogni centimetro del locale. A tastoni trovo il pulsante, accendendo delle tremolanti luci a neon che illuminano i tre letti a castello. Non ci sono finestre.
Mi siedo su uno dei letti apparentemente liberi, spostando una bottiglia di plastica dimenticata da un precedente ospite. Il copriletto è piuttosto sporco, vi sono briciole sparse e appoggiando la valigia sollevo un nugolo di polvere da sotto il letto. Inizio a comprendere l’origine della poco lusinghiera valutazione su hostelworld.com.

Esploro l’edificio: sembra di recente costruzione, aspetto non sufficiente a dipanare la sensazione di disagio. Il corridoio è lugubre e conduce a tutte le stanze dell’ostello: noiosissime porte bianche con grossi numeri neri scrutano con severo giudizio chi attraversa il camminatoio.
Trovo la “living room”: una stanza di 10 x 10 metri priva di finestre con un paio di semplici tavoli in legno. Sui muri bianchi nessun poster, sulle mensole qualche libro e null’altro. In un angolo, a terra, vi sono delle lattine vuote.

Faccio il mio ingresso nell’adiacente cucina: alcuni piatti sporchi sono a bagno in un’acqua torbida e il ripiano è disordinatamente cosparso di posate che mi implorano di riporle nel cassetto. Apro il frigo: ci sono diverse provviste, evidentemente non sono solo.
Ritorno all’ingresso ed incontro un gruppo di ragazze appena giunte: discutiamo della situazione quando arriva il proprietario. E’ probabilmente nordafricano, ci dà il benvenuto e comincia a distribuirci nelle stanze. Le ragazze sono preoccupate: hanno prenotato tramite internet ma lui nega. Non sembra molto professionale.

Mi conduce nella “vera” stanza, la numero cinque. Già meglio: dei libri sul letto tradiscono la presenza di un solo altro ospite. Sono manuali di medicina. Mi sento sollevato, poi mi sovviene alla mente la serie TV “Dexter”. In fondo non sono un criminale, non dovrei aver grane.