Preview dal futuro

traliccio.jpgit.png Gli attimi quest’oggi vissuti dall’intera penisola italica saranno ricordati per molti giorni a seguire: l’11 dicembre 2007 resterà indelebile nella memoria con il nome di “Grande Paralisi“.
Oggi ho assistito a scene allucinanti: code interminabili di automezzi di ogni tipo, bivacchi approntati presso i caselli autostradali, autoarticolati da dodici metri parcheggiati sulle aiuole comunali, bandiere dei sindacati in ogni dove come neanche in curva a San Siro la sera del derby.
Alle 18.00 la follia: distributori di carburante letteralmente assediati a mo’ di Bastiglia, con i benzinai arroccati sulle pompe a scacciare muniti di picche l’orda di assetati automobilisti, bramosi di possedere l’ultima goccia dell’agognato combustibile. Scene a la “Fuga da New York”, tanti son stati gli episodi di isteria collettiva, tante le risse, i roghi, le auto incendiate che i miei occhi con alle spalle solo ventitrè primavere hanno visto e i colpi di mortaio e le urla che le mie innocenti orecchie hanno udito…
Scherzi a parte, ciò a cui oggi abbiamo assistito è solo una piccola anticipazione del futuro che potrebbe attenderci negli anni a seguire, casomai non si decidesse di porre qualche correzione al sistema.
Gli effetti di uno stop di qualche ora alla rete dei trasporti hanno dimostrato ampiamente ed efficacemente i rischi che comporta la schiavitù imposta dall’attuale sistema di approvigionamento di beni di prima necessità: le merci, oltre a percorrere distanze esagerate quando potrebbero spesso esser prodotte in loco, lo fanno esclusivamente mediante trasporto gommato, settore il cui successo è principalmente imputabile alla scelta di incentivare il traffico su strada in luogo del trasporto ferroviario.
Qualche anno fa fu l’interruzione delle forniture di metano dalla Russia, ancor prima il grande black out elettrico della penisola intera.
Dal 2000 abbiamo sperimentato sulla nostra pelle crisi di diversa natura ma ugualmente gravi: assenza totale di energia elettrica, scarsità di combustibili per il riscaldamento, blocco dei trasporti e conseguente stop alle forniture di alimentari e carburante. E’ curiosa l’analogia con le strategie adottate in guerra per affossare un paese: gli obiettivi principali sono infatti centrali elettriche, ferrovie e ponti, fabbriche.
Non penso sia necessario filosofeggiare ulteriormente sulla precarietà dell’intero sistema, così strettamente legato e profondamente inestricabile da far sì che il minimo imprevisto porti alla stasi totale, all’immediato arresto di un flusso su scala nazionale.
In questi casi cadere nell’allarmismo è pressoché inevitabile, ma è forse l’unica via per aprire gli occhi alla popolazione, una sorta di “esercitazione”, di “test run” che colpisca la società a tutti i livelli, rendendo impotente ogni abitante indipendentemente dal ceto, dalla cultura, dal portafogli.
Dipendiamo da fonti fossili altamente impattati sul pianeta, nonché in via di esaurimento; da tecnologie rese ormai indispensabili senza tener conto della loro affidabilità; da un sistema globalmente interdipendente e dunque vulnerabile.
I segnali ci sono, è suggeribile che non li si ignori
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[now listening: Therion – The Rise Of Sodom And Gomorrah]