Biocarburanti – solo buoni propositi

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S’è fatto un gran parlare, specie negli ultimi mesi, di biocarburanti ottenuti da palme da olio, mais e altri vegetali. Il “biofuel“, la panacea di tutti i mali, destinato a porre una volta per tutte fine alla dipendenza dal petrolio per autotrazione. Ottimi propositi, speranze di avere un mondo più pulito ed ecologico; il fronte ecologista è stato letteralmente investito da un’ondata di gioia ad euforia in seguito all’incredibile risposta dei governi, per una volta sensibili al problema: incentivi per i biocarburanti, leggi ad hoc per imporre i costruttori ad ottimizzare i veicoli per l’uso del biofuel, accordi, campagne, spinte mediatiche, et cetera.
Un nuovo futuro aperto alle fonti rinnovabili sembrava prospettarsi, finalmente.
Ebbenesì, il “ma” arriva, già ve l’aspettavate, l’incipit era tanto trionfale da renderlo prevedibile. La crescente domanda di biocarburanti ha dato infatti vita ad effetti collaterali decisamente preoccupanti: dall’inizio del 2006 negli USA il prezzo del mais è raddoppiato, raggiungendo un valore che non si registrava da dieci anni, mentre le riserve sono precipitate ai minimi del 1975; in Messico sono già scoppiate rivolte per l’approvigionamento del cibo, e in altre parti del mondo già si percepisce il calo delle scorte. Tale carenza di mais, in caso di un’annata sfortunata, potrebbe……avere ricadute pericolose.
Oltre ai problemi di cui sopra sussiste il non indifferente impatto ambientale di una conversione così repentina: paradossalmente l’impiego di biofuel da palma e mais, introdotto per combattere le emissioni di CO2, causerebbe al contrario uno smisurato aumento delle stesse. La CO2 viene infatti rilasciata in quantità maggiore dalla combustione delle foreste vergini, che i produttori di mais e palme operano per estendere le aree coltivabili.
Secondo un report pubblicato dall’ONU il 98% della foresta Indonesiana sarà pesantemente degradato entro il 2022. Medesimo problema per quanto riguarda la foresta amazzonica, fortemente minacciata dopo gli accordi stipulati tra il governo brasiliano e quello statunitense per la produzione di etanolo.
Per quale ragione si punta così tanto sull’etanolo? Il movente principale non è, ovviamente, quello ecologico, bensì quello economico: oltre a tagliare la dipendenza da petrolio, l’impiego di etanolo ridurrebbe le emissioni di CO2 all’interno dei confini nazionali spostando, di fatto, il rilascio del biossido di carbonio nelle zone di produzione del biofuel. Si sa, le “crudeli imposizioni” del protocollo di Kyoto sono così fastidiose, qualche stratagemma si dovrà pur elaborare. Tanto ignegnoso quanto subdolo.
Il mio personale parere? Il biofuel è un’idea nobile e di certo ingegnosa, resa però inattuabile dalle attuali richieste energetiche. L’impiego di biocarburanti su larga scala sarebbe attuabile esclusivamente previa riduzione della domanda. E’ quindi necessario ottimizzare i consumi e ridurre gli sprechi, come recito ormai quotidianamente, manco fosse una preghiera; pretendere di sostituire il petrolio con un carburante a scelta, specie quando derivato da risorse destinate all’alimentazione, è pura follia.
Procedendo su questa strada il leitmotif diverrà “o mangi, o guidi”.

[Fonte The Guardian ]